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Artinvest2000: Ermanno Bartoli
Ermanno
Bartoli è nato a Reggio Emilia nel 1954
poeta e scrittore, è fra i migliori talenti del
panorama culturale italiano indipendente ovvero fuori dai giri e dai "giochi di
famiglia" dell'industria culturale. Fa parte di quell'Altra Italia che sogna un
mondo culturale in cui trionfi soltanto il talento. Ha firmato per i SeBook
Simonelli electronic Book la raccolta di racconti Il Primo Libro di Barlow e la
raccolta di versi Arroyo Grande e Quadri da Esposizione: ambedue disponibili su
eBooksItalia.com
Appassionato della cultura degli Indiani d’America, del Trascendentalismo
americano facente capo a Ralph Waldo Emerson e del Romanticismo inglese, da anni
scrive racconti e poesie. Autodidatta.
Dal ’98 collabora in internet - con personale soddisfazione letteraria ed umana
- con l’editore e amico Luciano Simonelli di Milano, presso il cui sito cura la
rubrica "I Desaparecidos della letteratura” ; rubrica dedicata agli autori,
preferibilmente stranieri e di gran pregio, in Italia impubblicati o quasi. Dal
novembre 2004 è attiva su quel sito un’altra sua rubrica: “Cattiverìe”.
Sempre presso Simonelli, l'autore ha pubblicato in forma di e-book, disponibili
e scaricabili secondo le modalità indicate nel sito medesimo, una raccolta di
poesie intitolata “Arroyo Grande” e una di racconti: “Il primo libro di Barlow”.
Nel ’99 pubblica, con l’editore “Dea Cagna” di Reggio Emilia, il volume di
racconti “Prima dell’alba”.
Dal 2004 ha cominciato ad utilizzare occasionalmente lo pseudonimo "Barlow",
ricavato dal personaggio principale di un suo racconto.
Per un maggior approfondimento e una visione più vasta degli scritti
dell'autore, si rimanda al sito dell'editore Simonelli:
www.simonel.com
e nella libreria dell'editore, all'indirizzo:
www.ebooksitalia.com
L'ultimo sull'Appia
Quando tutti se ne furono andati, una biga si fermò sulla vecchia strada
imperiale e ne discese un uomo; calzava sandali ed era avvolto in una tunica.
Stette sul ciglio in attesa finché un aeromobile non giunse a prelevarlo.
Bentornato disse il pilota. Il capo è soddisfatto.....avute difficoltà? No,
rispose l'uomo, sono incredibilmente ricettivi. Con Bruto è stato facile, anche
con l'odio razziale è stato facile. Il mio capolavoro, però, è stata la
crocifissione di quel giudeo. Ma...ci pensi al gusto di vedere quelli pensar
male di sé oggi come non mai? Godendo forte, l'essere fissò il buio.
Alma Blanca
“Chi sono?…”
Con uno scatto convulso, l’animo assalito da un panico sordo, abissale… il corpo
tremante squassato da brividi violenti, l’uomo si rizzò a sedere sul letto.
“Chi sono io?” ripeté con angoscia. “Oddio!!!… Chi sono?”
Una morsa a stringergli il petto; il silenzio agghiacciante d’un urlo inespresso
dentro.
La paura.
E non sapeva…
Non sapeva se quella domanda e quella paura fossero dovute a un brutto sogno o
ad una precisa e scarna consapevolezza di nulla; una cosa scaturita da un
profondo così abissale da non potersi conoscere… Una richiesta, la sua,
terribile di assoluta semplicità.
Una volta ancora si ritrovò ad esprimerla, la domanda. A voce fioca, quasi ne
temesse il significato ultimo… “Chi sono io?”
Rannicchiandosi le coperte addosso, l’uomo cercò di raccattare le idee
coll’intenzione di arrivare a un nome che potesse essere il suo.
Un nome. Un qualunque nome che fosse il risultato d’un suono.
Qualsiasi nome poteva essere buono, e in cuor suo egli sapeva che l’avrebbe
accettato. Ma quale nome?
Dal silenzio non gli giunse nulla.
“Chi sono io?”
Gli rintronò all’interno.
Una domanda oscena nella sua agghiacciante semplicità, una cosa da togliere
fiato alla vita. Così assoluta da non permettergli il pensiero di formulare
un’altra domanda a quella congrua… la più semplice e al fondo più naturale.
“Dove sono?… Dove mi trovo?”
Un letto.
Certo era in un letto. Ma quale letto era mai, quello? Forse il suo. Ecco, sì!
forse il suo letto… Ma quale “suo”?… Suo di chi?
E dove si trovava? In quale città?
Lo sorprese la coscienza di poter formulare il pensiero di essere in una città…
In una qualsiasi città così come in un qualsiasi altro luogo, e la cosa lo colse
impreparato.
La stanza era attraversata dal riverbero di una luce proveniente dal di fuori;
una luce diurna.
Il sole. Pensò.
Il sole. Almeno quello un nome ce l’aveva, così come pure ce l’avevano il letto,
la luce, la stanza… la città. Nomi. Sostantivi giacenti sull’alba della
percezione, ma pur sempre nomi. E ciò gli bastava.
Si guardò attorno e vide che era solo… Ma chi mai doveva esserci, con lui, in
quella stanza e in quel letto non riconosciuto? E poi si trattava di un letto
piccolo; forse ad una piazza.
Chissà se nella vita aveva una compagna. Compagna?… Compagna! Un altro concetto,
quello, un’idea espressa al femminile; segno di una persona di genere maschile.
Ma che voleva dire ciò? Si tastò alla esplorazione del proprio corpo. Così
realizzò che era come sentiva che doveva essere, e non se ne stupì… Maschile.
Coscienza di diverse cose… città, letto, compagna, vita, luce, sole. Anche
quello della ricerca del proprio nome, della propria identità, era un concetto.
Identità.
Si ritrovò a riformularne il pensiero. Alla fine si trattenne a stento
dall’esplodere in una risata folle.
“Chi sono io?”
Di quella cosa là… (istinto?), scese dal letto, e si stupì di sapere come si
doveva fare.
Si guardò attorno nella penombra appena violata da sprazzi di luce. Armadio…
porta… vestiti… specchio.
Si specchiò un istante, affatto intimorito dall’idea di ciò che avrebbe potuto
vedere. Si volse poi tornò a specchiarsi. Indugiò…
Bello.
D’un tratto lo sguardo si posò su una cosa alla sua sinistra.
Gruccia. Una gruccia con appesi pantaloni.
Pantaloni.. Li prese. Un bel paio di pantaloni di velluto marrone; ne tastò le
tasche posteriori.
Pantaloni. Portafoglio!
Brigò un poco perché la tasca era stretta, ma poi infine vi riuscì e ne trasse
un rigonfio rettangolo di cuoio. L’aprì alla ricerca di qualcosa… un attestato,
un documento.
L’identità gli pervenne da una patente rilasciata il tal giorno del tal anno dal
tal prefetto. L’identità era un nome, e non gli diceva nulla.
Un nome. Un suono come un altro. Una cosa sterile, come incompiuta e che non lo
riconduceva a niente.
Lo pronunciò ad alta voce più e più volte.
Niente.
Forse significava una vita; una storia. Ma proprio non lo riconduceva ad
alcunché. Un nome e nessun passato; nessun presente. Niente di niente.
Quasi avesse veduto in quello una reliquia, strinse il portafoglio a sé quindi
tornò al letto e vi si gettò sopra cercandovi torpore e oblio. Guardò l’ora
indicata dalla sveglia posta sul comodino e si rese conto di non provare alcun
senso di niente.
“Chi sono io?” si chiese ancora.
Fuori un rintocco di campane. Si abbandonò sul letto, rannicchiato in posizione
fetale; la coperta gettata sul corpo, le lenzuola accartocciate sotto il peso a
segnargli le carni oltre il pigiama; il portafoglio con dentro la propria
identità stretto al petto. Pensò forte di addormentarsi… Non gli ci volle molto,
quasi che il sonno, mosso a pietà, avesse deciso di venirgli in soccorso il più
velocemente possibile.
Il buio l’avvolse scuro.
Così provò l’ala impalpabile del sonno. Il buio, il silenzio…
Come quella volta.
Quell’altra volta.
Perché c’era stata un’altra volta, misteriosa e drammatica come quella; una
volta che giaceva oltre un invalicabile muro. Prima di cedere del tutto
all’incoscienza, l’uomo si ritrovò a pensare che forse in quel muro s’era aperta
una piccola crepa. Una informazione improvvisa, quasi una comunicazione di
servizio proveniente dal suo essere, lo informò che stava per vivere
un’esperienza unica e irripetibile… Gli disse che doveva prepararsi a provare
qualcosa di molto, molto profondo.
Partì che neanche se n’accorse.
Si ritrovò in un altro posto. Umido, accogliente e sicuro; un posto che sentiva
che non avrebbe mai voluto abbandonare. Poi percepì una sorta di disperazione
sorda e una specie di rancore senza fondo non suoi.
Rivisse la fatica di venire al mondo. Con quella ripercorse il brivido
dell’uscita, l’esperienza del vagito e del pianto… Poi il pianto strano della
madre. Il taglio del cordone.
Un presentimento lo avvertì che stava per accadere qualcosa di terribile.
Percepì l’abbandono un istante prima… Il senso di liberazione di quell’altro
essere dal quale aveva preso il via. Provò un’angoscia grande oltre ogni
disperazione e ogni parola.
Si sentì avvolgere in un mondo viscoso e non naturale… Soffocare.
Spalancò la bocca in un disperato tentativo d’aria; i piccoli polmoni a
esplodere.
Si sentì in sentimento - quasi - di potere, forse volere… Perdonare.
Avvertì l’urto contro il fondo del gelo, e la disperazione si fece notte.
E dal fondo del sonno diede nome a quella cosa che nell’istante finale l’aveva
avvolto in fauci di metallo… Cassonetto.
Gli addetti ai rifiuti non l’avrebbero trovato.
L’urlo di tutti gli esseri del mondo gli uscì terribile prima della partenza
veloce da quell’opportunità mai cominciata.
…
Lo risvegliò il proprio pianto di uomo fatto e vissuto.
Oggi è domenica, si disse. E devo andare al mare con lei.
Ora ricordava.
Alzandosi rivisse brandelli di uno strano sogno.
Che ore sono? Si chiese. Accidenti, le nove… com’è tardi!
Corse al telefono e formò il numero.
-Scusa cara, mi sono svegliato ora. La sveglia non ha funzionato.
La voce comprensiva all’altro lato gli disse di non preoccuparsi e che andava
bene ugualmente.
-Ce la facciamo lo stesso, sai?…- le disse come in un tentativo di scuse.
La voce di lei, dolce e ferma, ripeté che faceva niente e che andasse piano.
-Stai tranquilla che non corro. Aspettami… Fra poco sono lì. Ah, prima che mi
dimentichi…
-Dimmi.
-Ti amo.
Quasi buttò giù la cornetta. Si lavò veloce la faccia e si vestì che neanche
sapeva cosa metteva. Ma andava bene.
Corse giù per le scale.
Uscendo rivide per un istante il volto, rigato di sangue natio, del neonato. Si
toccò la faccia e si accorse che non s’era rasato.
Bah… fa lo stesso, si disse. Lei mi amerà anche così.
Aprì la bascula del garage e ne sentì il suono metallico come di fauci. Dal
fondo un urlo immenso… d’amore per quell’ altro essere.
Poi un bacio. Muto.
Ci sono, si disse.
Alzò lo sguardo e lo colpì il sole.
Bello.
Tirò fuori la macchina.
Istanti lunghi.
All’imbocco della tangenziale inserì la quinta e abbassò i finestrini
apprestandosi a godere la brezza temperata del giorno.
C’era ancora tutto il tempo per una bella gita.
Una attimo, un pensiero improvviso, e quella domanda inespressa.
Non gli giunse altra risposta che il soffio fresco dell’aria sulla faccia…
E tanto gli bastò.
(Gennaio – 2004)
"Viviamo in un mondo rotondo, dove tutto si basa
sul principio della circolarità e dove tutto gira. Girano i pia¬neti, i soli, le
galassie e... più giù, girano ancora innume¬revoli cose; alcune nobili, altre
meno. Viviamo in un mondo rotondo, ma non è questo il motivo per cui le cose
continuano a non quadrare."
(Roger Hardyn: "The hole and the ring-shaped cake"
"La ciambella e il buco")
Ermanno Bartoli
M E C C A N O
Il cameriere avanzò zigzagando fra i tavoli. Teneva alto un vassoio sul quale,
in equilibrio bilico e precario, si ergeva oscillante una bottiglia di vetro
scuro contenente un liquido prezioso. Raggiunto il tavolo contrassegnato col
numero nove, appoggiò il vassoio e, sorridendo al cliente con un inchino: -Il
suo olio, signore!
Gli occhi di tutti puntati su di lui, il cliente prese la bottiglia, la osservò
un istante in controluce, quindi, tolto il sughero, si versò un'abbondante
colata liquida nella feritoia posta sulla nuca.
Ti sembra questo il modo conveniente di agire in pubblico? Fece la moglie,
intanto che tutt'intorno s'era fatto silenzio. Cosa penserà la gente?
Sempre lì a pensare a cosa penserà la gente! Disse asciutto (e ben oliato)
Orkwix. Possibile che non ti riesca di fare altro? Fregatene!
Fregarmene? Ma hai visto il signor Zurkwix? Il cugino del nostro vicino, il
signor...
Sì, come no! E il cognato del fratello della moglie del nipote di quello che
durante le ferie tiene il gatto al padre della zia del... Fregatene!
Ma... Ma Orkwy! Non... non ti riconosco più! Non so più cosa pensare!
Sulla seconda, mai avuto dubbi! In quanto alla prima... Beh, mi ritengo
fortunato.
Ma Ork...
Hummm... Buone queste pulegge sott'olio rettificato! Vuoi un po'? Veramente
ottime. Hummm... Dovresti assaggiarle!
Orkwy caro, ci stanno osservando!
Davvero?
Ehi, ragazzi! fece uno dal tavolo tredici. Vedete anche voi quello che
vedo io? Un "First Generation" alle prese con un pasticcio di pulegge alla
meccanica! Ehi, nonno! rincarò quello alzandosi in piedi.
Non sono tuo nonno.
Come la mettiamo con la pensione degli scarti?
Senza scomporsi, Orkwix si scarugò un paio di denti con un freno a mano, quindi
ruttò. E fu un rutto immane, a paragone del quale la decima sinfonia di Gawrix
ci faceva la figura di un canto di cherubini.
Ehi nonno, fece l'altro gonfiando il petto. Lo sai che ci hai proprio rotto?
Ti ho già detto che non sono tuo nonno.
Quell'altro, prendendo da una tasca interna una specie di lampostil laser: Non
sai che non sta bene ruttare in faccia alla gente? Qualcuno dovrebbe insegnarti
le buone maniere.
Galateo? fece Orkwix reprimendo un secondo boato orale. Ho capito bene? Siamo a
metà del ventunesimo secolo e tu vieni a parlarmi di galateo?
Non sei altro che un pallone gonfiato di un aggeggio meccanico! disse un altro
dal tavolo cinque tirando su con un sensore.
Orkwy caro, andiamocene.
Asakwix, la moglie, cominciava a provare un certo timore.
Andarcene? E perché? Si sta così bene qui!
E, quasi a rimarcare la cosa, Orkwix si versò un po' d'olio sotto le ascelle.
Faresti bene a dar retta alla tua signora, vecchio!- esclamò il primo che aveva
parlato. Quelli come te non sono ben visti da queste parti.
Davvero? E chi lo dice?
E quell'altro, gonfiando ancor più il petto e tirando di fuori tutti i led che
lampeggiavano peggio dei semafori nel centro di Manhattan nell'ora di punta: Lo
dico io.
Sangue di Giuda, tu lo dici! Da farci un film.
Poche ciance, nonno! Ci hai stufato.
A parte il fatto che non credo d'aver mai scopato con le rotelle di tua nonna,
ma tu lo sai che cos'è uno stufato?
Un... un che?
Uno stufato. L'hai detto tu!
Io?
Dolente di dover confermare l'accadimento.
Beh...
Forza Brutwix disse uno del tavolo sei. Evidentemente si trattava di un
aficionado del tizio, e non chiedeva di meglio che fargli da supporter. Fagli
vedere chi sei!
Tranquillo, amico, che l'ho già visto e conosciuto. E mica da oggi! Quelli come
lui solcano i secoli come budini di olio frusto e... aho!.. non ne scampi uno!
Un'epidemia di grippaggi al confronto è niente.
Nel locale s'era fatto un silenzio tale che si poteva udire lo strofinaccio di
Ostwix fare "zumf-zumf" attorno ad un immaginario bicchiere. Uno zumf-zumf
interrotto solo dalle voci dei due e da quelle di qualcun'altro.
Adesso basta, vecchiaccio della malora! fece Brutwix al massimo del parossismo.
E, tirando fuori una misteriosa scatola grigia dalla quale spuntava una
minuscola antenna, aggiunse:
Adesso ti mando in tilt il modulatore.
Non ce l'ho.
Come?
Sei sordo o ci fai? Non ce l'ho.
Il comparatore.
Comparati il cervello! Non ce l'ho.
Allora lo... lo scrambler occasionale.
Buonanotte.
Come?
Ho detto buonanotte. Non ce l'ho.
Allora l'altro, premendo un pulsante: Ti inibisco la porta seriale d'ingresso
dei messaggi WHIP.
Non ce li ho. Né la porta, né quei tuoi messaggi WHIP da cretini.
Vedendosela come mai prima in vita sua, Brutwix avanzò di un paio di passi
brandendo minaccioso un tronchesino. Aggirò il tavolo numero nove e trovatosi a
un niente che è un niente da Orkwix:
Allora vorrà dire che ti taglio la pista al pin otto del chip di controllo del
serializzatore casuale.
Non ce l'ho.
Come sarebbe a dire che non ce l'hai?
Allora sei grullo! Non ce l'ho! Manca. Inesiste. Deficie... Come qualcuno, qui,
di mia conoscenza.
Ma allora che cos'hai?
Niente di quanto pensi. E dovresti saperlo, visto che è da un po' che mi chiami
nonno.
Brutwix strabuzzò gli occhi nel tentativo di giungere ad un ragionamento. La sua
testa al carbonio cominciò ad oscillare. Ma allora cosa...
Rotelle. Solo rotelle ed ingranaggi. Nient'altro che rotelle e ingranaggi.
Rotelle?
Sì. Sai quelle cose che girano? E ti garantisco che tu stasera me le hai proprio
fatte girare!
Dicendo questo, l'uomo di ferro prese la bottiglia e ne versò il resto del
contenuto sul capo dell'interlocutore.
Per un istante non accadde nulla. Poi, sul petto di Brutwix un led giallo prese
a lampeggiare seguito da uno rosso. I due led continuarono a fare acceso-spento
in sequenza per un minuto buono; poi, quello verde si spense. Era quello buono.
Brutwix si accasciò al suolo con un rumore frusciante quasi fosse un manichino
di seta. Le ultime parole di "lui" che Orkwix udì prima di uscire tirandosi
dietro la moglie furono:
Codice Jeopardy!!! Codice Jeopardy!!!... Che qualcuno mi faccia un Trend
Analysis; presto!
Nota: "Jeopardy" (ingl.) = Rischio, pericolo.
Una volta fuori, Asakwix domandò: -Pensi che si riprenderà?
-Certo. E' stupido, ma è giovane e forte... Ehi, non fare quella faccia! Non
crederai che gli abbia fatto del male sul serio? Queste sono bazzecole.
Piuttosto, che ne diresti se domani sera ce ne andassimo a mangiare da Restorwix?
-Restorwix?
-Sì. M'han detto che là ci sono certi modern-robot che m'interesserebbe davvero
conoscere.
Fuori l'aria era frizzante e intensa, come in certi vecchi tempi della
nostalgia. Orkwix si strinse nel cappotto. Un po' per resistere ai primi freschi
autunnali, un po' per... beh, ci siamo capiti.
(Settembre - 1997)
“NOI SIAMO UN’EPOCA”
Per quanti occhi possano avere
le nazioni della terra e quelle del cielo,
non potrebbero mai calcolare
l’essenza di Dio
né l’ipotenusa che il suo occhio traccia
aldilà d’ogni sofferenza
e d’ogni speranza.
Che ne abbiamo coscienza o meno,
che fortemente lo vogliamo o meno…
siamo noi cinici o sognatori,
stirpe di maghi o disillusi,
rappresentiamo l’essenza del tempo
ben oltre le sue soglie.
Passate le prime esplorazioni celesti,
i primi mutamenti pubici e corporali,
che lo vogliamo o no –
che ne abbiamo coscienza o meno -
ben distinta dalle altre e alle altre correlata
…
noi siamo un’epoca.
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